All’inizio può sembrare funzionale.
Mangiare “meglio”, allenarsi di più, monitorare. La sensazione è quella di avere potere sul proprio rendimento. In questo passaggio sottile, la motivazione sportiva può intrecciarsi con dinamiche di controllo disfunzionale del peso corporeo.
L’attenzione al tempo sul cronometro può velocemente passare al numero sulla bilancia. Così, una percentuale di massa muscolare leggermente modificata inizia a parlare non solo di possibile calo della performance, ma di inadeguatezza.
Il 15 marzo, in Italia, si celebra la Giornata Nazionale del Fiocchetto Lilla, dedicata alla sensibilizzazione sui disturbi del comportamento alimentare.
Questa data invita a osservare un fenomeno che spesso resta invisibile nel contesto sportivo, perché si mimetizza dentro parole che, di per sé, per uno sportivo suonano positive: numeri, disciplina, controllo, forma fisica.
Il problema non nasce dal comportamento in sé, ma dal significato che progressivamente assume: il corpo smette di essere un alleato e diventa un indicatore di valore personale, tutto intorno un tribunale di persone e di specchi da cui sentirsi giudicati.
Nello sport il corpo è inevitabilmente esposto. È misurato, osservato, valutato.
In alcune discipline — quelle estetiche, quelle a categoria di peso, quelle di resistenza — il rapporto con l’alimentazione può trasformarsi lentamente da strumento di cura a strumento di controllo. Dal punto di vista psicologico questo è uno degli elementi più critici: la normalizzazione.
Tutti gli attori presenti nei contesti competitivi possono rinforzare involontariamente comportamenti disfunzionali, perché questi appaiono coerenti con l’obiettivo sportivo. La perdita di peso viene letta come determinazione, la rigidità alimentare come mentalità vincente: ridurre per sentirsi più leggeri, controllare per sentirsi più sicuri — il rischio è che lo sport smetta di essere uno spazio di espressione e diventi uno spazio di autodistruzione.
Un aspetto centrale riguarda l’età evolutiva.Negli adolescenti sportivi, il corpo è contemporaneamente strumento di prestazione e luogo di costruzione dell’identità. Intervenire solo sul piano nutrizionale senza considerare il significato psicologico dell’esperienza sportiva rischia di essere insufficiente.Anche in questo caso, gli adulti di riferimento — allenatori, preparatori, dirigenti, genitori — hanno un ruolo decisivo nel creare contesti emotivamente disponibili, in cui la prestazione non sia l’unica lente di lettura dell’identità del giovane o della giovane sportiva.Un clima che legittima e riconosce il valore della persona oltre il risultato, riduce significativamente il rischio che il corpo diventi l’unico spazio di negoziazione dell’autostima e al contempo rafforza un rapporto costruttivo con i limiti da superare. Parlare di disturbi alimentari nello sport è dunque necessario e non significa mettere in discussione la ricerca della performance.La sensibilizzazione serve proprio a questo: rendere visibile un livello di controllo che spesso resta nascosto perché appare funzionale, finché il corpo regge.Quanto spazio resta alla persona quando tutto passa attraverso una misura? È nel supporto professionale alla cura di quello spazio — non dei numeri in sè — che si gioca la salute psicologica dell’atleta.


