Federica Brignone nelle dichiarazioni rilasciate negli ultimi giorni cita un concetto che, da un punto di vista strettamente psicologico, è estremamente funzionale per parlare di performance ottimale: il qui e ora.
“Vivo qui e ora, voglio godermi tutto questo e non penso troppo al futuro.”
Come ormai noto, Brignone ha conquistato due Ori alle Olimpiadi di Milano-Cortina, un’impresa storica. Prima di lei solo Alberto Tomba nel 1988.
Torniamo al qui e ora.
Come si può stare nel processo presente e al contempo riuscire a guardare all’obiettivo futuro — e raggiungerlo? Una formula esatta non esiste. La scienza però, negli anni, ha individuato una zona di funzionamento ottimale: uno stato intermedio tra tensione costruttiva (eustress) e tensione che rischia di bloccare (distress).
Il primo tassello arriva nel 1908 con la legge di Robert M. Yerkes e John D. Dodson.La loro intuizione — poi confermata da decenni di studi — è semplice e potente: la performance cresce con l’attivazione fino a un punto ottimale, oltre il quale cala. È la famosa curva a U rovesciata. Troppa poca attivazione porta apatia, troppa porta rigidità. Nel mezzo c’è lo spazio in cui il sistema mente-corpo lavora con efficacia.
Negli anni ’70 e ’80 il lavoro di Mihály Csíkszentmihályi aggiunge un pezzo fondamentale.
Osservando atleti, artisti e professionisti, descrive uno stato soggettivo molto riconoscibile: il flow. Sul piano mente-corpo, il flow coincide spesso con un livello di attivazione equilibrato: energia presente, ma senza sovraccarico. In altre parole, siamo dentro quella zona intermedia descritta da Yerkes-Dodson, ma vissuta dall’interno.
Negli anni ’90 lo psicologo dello sport Yuri Hanin introduce il modello IZOF (Individual Zones of Optimal Functioning). Qui avviene un cambio di prospettiva importante: non esiste un livello di attivazione ottimale universale, ma una zona personale.
Per alcuni atleti la prestazione migliore arriva con un’attivazione emotiva più alta, per altri con una calma più marcata. Anche l’ansia, in questo modello, non è automaticamente negativa: può essere funzionale se resta dentro la propria zona ottimale.
La ricerca più recente, attraverso la Challenge-Threat Theory, chiarisce un punto cruciale: ciò che cambia davvero non è solo il livello di attivazione, ma come viene interpretato. Quando la situazione è percepita come sfida, l’attivazione mobilizza risorse e migliora la performance. Quando è percepita come minaccia, la stessa attivazione diventa disorganizzante. Non è quindi l’ansia in sé a determinare l’esito, ma la combinazione tra intensità e significato soggettivo.
Se torniamo all’immagine iniziale — Federica Brignone — possiamo leggere le sue parole con occhi diversi: la capacità di restare nel presente fatto di vittoria e gioia tanto quando del dolore che le resta post-infortunio.
La scienza, da oltre un secolo, converge su alcuni punti chiave:
- esiste una zona di funzionamento ottimale
- è fatta di attivazione regolata, non di assenza di emozioni
- è dinamica e individuale
- dipendente dal significato che personalmente diamo a ciò che viviamo
Metriche come HRV, EEG e conduttanza cutanea rappresentano oggi strumenti preziosi e affascinanti per osservare i processi legati alla regolazione dello stress e della performance. Il valore di queste misurazioni è alto quando risponde a un bisogno reale dell'atleta, viceversa introdurre monitoraggi costanti può fare emergere o addirittura amplificare risposte ansiose già presenti. Se utilizzati con professionalità i biofeedback possono essere ottimi feedback intermedi: rinforzi a resa visibile di cambiamenti già percepiti dall’atleta, sostenendone in modo diverso la motivazione.Il punto resta uno: l’esperienza soggettiva viene prima, perché è la storia della persona a dare senso ai risultati, non il contrario.


